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INTERVISTA A SILVIA CALAMATI E PATRICK AGNEW

Irlanda del Nord, storia di una guerra in corso

L'allarmismo e le reazioni del mondo politico irlandese e britannico

I due attentati di sabato e lunedì riaccendono i riflettori sul processo di pace fra Downing Street e Ulster. Audio: intervista a Silvia Calamati, giornalista, esperta di questione nordirlandese e autrice di numerosi volumi sul tema. In video l'intervista a Patrick Agnew, giornalista del quotidiano «Irish Times». Intanto il quotidiano The Times rivela che i gruppi dissidenti dell'Ira responsabili degli episodi di violenza potrebbero aver coordinato le loro operazioni.

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Gli attentati in Irlanda del Nord «sono uno dei tanti tasselli di una pace che non è stata ancora raggiunta». All'indomani dell'ultimo attacco, in cui un poliziotto è rimasto ucciso in una imboscata, è questo il commento di Silvia Calamati, giornalista esperta di questione nordirlandese e autrice di diversi volumi sul tema (“Figlie di Erin” e “Qui Belfast – 20 anni di cronache dall'Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane” per Edizioni Associate).

Gli ultimi episodi di violenza riaprono il dibattito sul processo di pace fra Downing Street e l'Ulster, ma tornano soprattutto a innescare fenomeni di allarmismo. «Credo – spiega Calamati – che dietro a questo apparato di pressione sulla stampa risponda un disegno ben preciso che si è ripetuto altre volte nella storia dell'Irlanda del Nord». Autori materiali dei due attentati sono gruppi molto piccoli, come il Real Ira, «che non sono in grado di rappresentare una minaccia seria al processo di pace, anche solo dal punto di vista militare».

Londra ha già in mano tutti gli strumenti per monitorare quanto sta accadendo: secondo Silvia Calamati, «quello che i servizi di sicurezza britannici possono fare e la legge di emergenza che c'è in vigore in Irlanda del Nord danno sufficienti strumenti al governo britannico per esercitare un controllo della popolazione che non deve essere aumentato». L'Irlanda del Nord rimane comunque uno dei luoghi d'Europa «con la più alta violazione dei diritti umani proprio a causa del modo in cui il conflitto è stato gestito in questi ultimi anni».

Esistono ragioni molto precise per le quali la guerra è ancora in corso. «Alcuni dei punti fermi che dovevano essere messi in atto dall'accordo del venerdì santo devono ancora essere risolti: ad esempio, nessuno dice che l'assemblea per l'Irlanda del Nord, che si è costituita nel 1999 e che ha ripreso a lavorare dopo quattro anni di sospensione, non sta lavorando a pieno ritmo. C'è ancora una grossissima resistenza da parte degli unionisti di lavorare con la controparte». A questo si aggiungono il problema delle armi in mano ai gruppi paramilitari fedeli alla corona britannica e l'uso dei micidiali proietti di plastica in dotazione alle forze di sicurezza, responsabili della morte di bambini e ragazzi innocenti.


Patrick Agnew, giornalista del quotidiano irlandese «Irish Times», è convinto del fatto che «se questi attacchi hanno avuto un effeto, è stato quello di unire il mondo politico dell'Irlanda del Nord nel condannarli». «Si è scoperto -continua Agnew- che il processo di pace è molto più radicato di quello che si pensasse». In ogni caso, si tratta solo di «un centinaio di persone e non migliaia» che «nessuno, per fortuna, pare abbia intenzione di seguire».


Intanto oggi il quotidiano inglese “The Times”, citando fonti di intelligenza britannica, riferisce che a rivendicare i due recenti attacchi sono stati i gruppi dissidenti dell'Ira, i quali potrebbero aver coordinato le loro operazioni. Un altro dato preoccupante è quello delle armi impiegate nell'agguato alla caserma di Antrim sabato scorso: i fucili utilizzati sarebbero armi di ultima generazione, importate illegalmente in Irlanda del Nord dai gruppi terroristici.

(alessio aymone - video: antonino marsala)2009-03-11 18:22:20
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